“SERVE CAMBIARE APPROCCIO NEL SOSTEGNO AGLI STUDENTI DISABILI”

Parla Andrea Canevaro, Università di Bologna: “Tablet, portatili e ausili tecnologici possono indurre i compagni a considerare i disabili come privilegiati”. Il rischio è che vengano isolati, per questo serve “un sostegno di prossimità”

BOLOGNA – Le tecnologie? Non sempre hanno una funzione positiva. Anzi, a scuola possono portare all’isolamento dei disabili, visti come privilegiati per via della loro dotazione tecnologica. Si pensi ai tablet, ai pc portatili, e a tutti gli ausili informatici necessari a chi ha un handicap sensoriale, fisico o cognitivo. Un problema emerso durante l’incontro tra Andrea Canevaro, docente dell’Università di Bologna e tra i massimi esperti in Italia in fatto di pedagogia speciale, e 30 ragazzi e ragazze tutor che seguono 60 studenti certificati nelle scuole superiori di Carpi (Modena). “Effettivamente la problematica esiste – racconta Canevaro, esperto di integrazione e da decenni impegnato nel campo dell’inclusione scolastica – Le tecnologie possono indurre i compagni a considerare i disabili come privilegiati. Attenzione però: il problema non è lo strumento in sé, ma la necessità di cambiare approccio nel sostegno scolastico ai disabili”.

Professore, ci aiuti a capire: è tutto da rifare?
L’idea classica è che per integrare i ragazzi e le ragazze disabili sia necessario un insegnante specializzato e dedicato. Un approccio limitante, che porta al vittimismo e all’isolamento e che fa nascere l’idea per cui il disabile sia qualcuno da proteggere o da accudire, una persona facilitata nella vita scolastica attraverso l’uso di strumenti informatici che i compagni non possono avere. Una trappola da evitare ripensando il sostegno dato a queste persone, allargando la loro rete relazionale fino a includere compagni di classe, coetanei in genere, bidelli e personale docente. Una rete che a poco a poco diventerà anche di aiuto. Altrimenti, come giustamente raccontano i tutor, nasce l’isolamento e il conseguente problema dell’invidia, che poi non è altro che incomprensione. Invidia che ad esempio può fare riferimento alla differente dotazione informatica.

Come deve cambiare il sostegno?
Da diretto deve diventare indiretto, io parlerei di ‘sostegno di prossimità’. Non più una persona fissa che si occupa tutto il tempo del disabile, ma piuttosto che faccia da regia e coordinamento per gli interventi, e da garante per la qualità educativa. Per dirla in altre parole: il disabile non ha bisogno di una persona a lui dedicata, ma di una serie di punti di riferimento distribuiti un po’ ovunque, anche a scuola. Se i compagni di classe entrano in gioco, sono coinvolti e si sentono parte attiva nella rete di sostegno, allora si faranno le domande giuste, e si daranno anche delle risposte. Tutti assieme, e imparando a collaborare e convivere nelle diversità. Su questo non posso che citare Don Milani: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Lo stesso discorso vale per l’utilizzo da parte dei disabili di tecnologie di cui i compagni non possono disporre.

Come si arriva a questa consapevolezza?
Serve un lavoro di sensibilizzazione a partire dalle elementari per arrivare alle scuole superiori. Immaginiamo un ragazzo ipovedente con una tavoletta per la lettura braille. Avrà necessariamente tempi più lunghi nello studio rispetto a chi non ha particolari problemi di vista. La sfida del corpo docente sarà quella di fare comprendere come a condizioni differenti corrispondano modalità operative e tempi differenti. Si può fare, ma come dicevo prima lo si fa andando in direzione del sostegno di prossimità, allargando la rete e coinvolgendo tutti.

In questo senso i tutor possono avere un ruolo?
I tutor sono importanti, devono ricordarsi però che il loro ruolo non prevede l’appoggio incondizionato al ragazzo o alla ragazza disabile che seguono. Io dico sempre: “Appiccicarsi non serve a niente. La colla lasciatela a casa”. Tra il tutor e il disabile deve esserci amicizia certo, ma anche distanza, confronto di ragioni differenti e perché no, anche del conflitto. Litigare, dobbiamo ricordarcelo, significa riconoscere gli altri. (giovanni stinco)

(7 marzo 2013)

I commenti sono chiusi.