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GUIDA PDP DSA

La personalizzazione dell’apprendimento (a differenza della individualizzazione) non impone un rapporto di uno a uno tra docente e allievo con conseguente aggravio del lavoro dell’insegnante, ma indica l’uso di “strategie didattiche finalizzate a garantire a ogni
studente una propria forma di eccellenza cognitiva, attraverso possibilità elettive di coltivare le proprie potenzialità intellettive (capacità spiccata rispetto ad altre/punto di forza). In altre parole, la PERSONALIZZAZIONE ha lo scopo di far sì che ognuno sviluppi
propri personali talenti” (M. Baldacci).

l Comitato Scuola dell’Associazione Italiana Dislessia, con la stesura di un modello di Piano Didattico Personalizzato, sia per la Scuola Primaria che per la Scuola Secondaria di primo e secondo grado, ha voluto offrire, oltre ad una traccia e una guida nella redazione, anche l’occasione per una riflessione sul suo valore e sul suo significato e, conseguentemente, dare una giusta informazione al mondo della scuola affinché non percepisca la compilazione di questo documento come un’ennesima fastidiosa richiesta di “ riempire delle carte”, o come uno dei tanti “ impedimenti burocratici” che si frappongono al “fare scuola quotidiano”.Si è voluto altresì mettere in rilievo l’importanza del PDP come strumento utile e costruttivo, che, se opportunamente interpretato e utilizzatonell’impostazione di metodologie didattiche, oltre a permettere l’apprendimento degli studenti con DSA, ha una ricaduta positiva sull’intero gruppo-classe.

Accedì alla risorsa

 

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Segnaliamo con piacere. 

 Guida DSA

Autore:  Anna La Prova, Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale.

Questa Nuova guida gratuita, destinata a insegnanti, intende fornire informazioni basilari su cosa sono i DSA e come si riconoscono. Vuole poi fornire alcuni suggerimenti operativi utili, per intervenire in classe in modo da facilitare l’apprendimento degli alunni con DSA.

All’interno di questa guida scoprirai:

  • cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)
  • quali sono le cause dei DSA
  • come si manifestano i DSA alla scuola dell’infanzia
  • come si manifestano i DSA alla scuola primaria
  • come si manifestano i DSA alla scuola secondaria 
  • cosa fare come insegnanti quando abbiamo in classe un alunno con DSA
  • come facilitare l’apprendimento degli alunni con DSA

…e molto altro ancora. Spero possa esserti di aiuto ed utilità :)

Fonte – http://www.adhdbambiniiperattivi.com/dsascuola/


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Riportiamo un’interessante nota di Rossella Grenci

Posted on 11 giugno 2013 by rosgre

Riporto le indicazioni della docente Paola Eleonora Fantoni, scritte sul sito dell Pearson e riguardanti i DSA e gli ESAMI DI STATO alla secondaria di secondo grado.

“Alla fine dell’anno scolastico uno dei compiti più stringenti del Consiglio di Classe consiste nella stesura del Documento Finale, denominato anche Documento del 15 maggio.

Si tratta del bilancio finale della classe che andrà a sostenere gli Esami di Stato nel mese successivo. Per presentare adeguatamente e tutelare gli studenti con diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento, si rende necessario compilare l’allegato “riservato” a tale documento,  che solo la commissione e la famiglia dello studente potranno visionare. La stesura è collegiale e il prodotto realizzato andrà approvato dal Consiglio di Classe.

Il referente DSA d’istituto o il coordinatore di classe provvederà all’inserimento dei dati personali e di una sintesi discorsiva della diagnosi, mentre tutti i docenti riuniti contribuiranno a scrivere i paragrafi sullo stile di apprendimento, sulle misure dispensative accordate e sugli strumenti compensativi utilizzati in corso d’anno.

L’ultima sezione del documento è riservata alla descrizione delle simulazioni delle varie prove, effettuate durante l’anno, unitamente ad eventuali modifiche operate, in linea sia con la normativa vigente – compresa la Circolare Ministeriale sullo svolgimento degli Esami di Stato – che la diagnosi personale. Si avrà cura anche di allegare le prove a cui il candidato è stato sottoposto, evidenziando eventuali modifiche e/o aggiunte.

Per visionare un fac-simile dell’allegato riservato al Documento del 15 maggio cliccare qui.”

http://is.pearson.it/


 

Nuova immagine Ansia e matematica

 

by 

Non vi è mai piaciuta la matematica? Vi ha procurato soltanto guai e dolori? Una ricerca di neuroscienze vi può consolare perché i ricercatori hanno scoperto che un problema di matematica attiva i centri nervosi del dolore in coloro che hanno “un cervello ansioso”.

Ho appena pubblicato un articolo su Net1 News (update: ne hanno preso spunto per un servizio sulla Rai nel Tg1 delle 20,00, cliccando [qui] troverete il video in streaming e il pezzo al minuto 31) dove parlo della ricerca di Ian M. LyonsSian L. Beilock, i quali hanno misurato l’attività neurale di due campioni di soggetti, il primo composto da 28 partecipanti che quando svolgono compiti di matematica presentano alti livelli di ansia e il secondo di 14 soggetti con bassa ansia nelle analoghe prestazioni scolastiche. A tutti veniva effettuata una risonanza al cervello mentre eseguivano problemi di matematica.

I ricercatori hanno scoperto che si accendono le zone del cervello connesse alla percezione del dolore (l’insula dorsale posteriore) e alle situazioni di pericolo (le cortecce cingolate mediali) ai soggetti del gruppo ansioso. Appena osservano un compito di matematica, in queste regioni cerebrali si intensifica l’attività metabolica (il segnale BOLD), mentre nel cervello dei soggetti con bassa risposta ansiosa non si verificano questi schemi di attivazione.

E’ interessante l’inerpretazione che ne da Ian Lyons, uno dei collaboratori dell’equipe di ricerca: «l’ansia si manifesta durante la fase anticipatoria, c’è già prima di eseguire il compito». Infatti, l’attivazione neurale quando si prova dolore e paura, correlati all’ansia, non si manifesta durante il compito ma prima. Questo significa che non è la matematica in se stessa a “farci soffrire” ma la convinzione che possa essere dolorosa. Basta la sola anticipazione perché nel nostro cervello si attivino i circuiti nervosi deputati all’elaborazione del dolore e per dare l’allarme di pericolo.

Il problema non sono i numeri ma l’interpretazione psicologica che in certe condizioni procura una sorta disofferenza preliminare tale da mettere a rischio laprestazione. Ne sanno qualcosa gli insegnanti che spesso si trovano di fronte ad alunni in preda ad autentici attacchi di panico prima di un compito o durante un’interrogazione. Un altra situazione esemplare è rappresentata da coloro che entrano in crisi nei rapporti intimi con il partner quando temono di non essere all’altezza nelle loro prestazioni.

Possibile che una parte dell’umanità allora si sia evoluta psicologicamente con una fobia verso la matematica? Lyons ritiene che sia improbabile, saggiamente. La matematica è un’invenzione culturale relativamente recente, vecchia di poche migliaia di anni. Il ricercatore suppone che la risposta ansiogena sia condizionata dall’esperienza personale della persona. «Se ha avuto esperienze negative associate ai numeri, tenderà a interpretare ogni nozione di matematica in termini minacciosi che, in alcuni casi, può causare persino dolore».

Come affrontare questo spinoso problema che la maggior parte degli studenti conosce bene? «Se sei un ansioso in matematica, lavora sull’ ansia. Non è una buona idea svolgere a casa un’eccessiva quantità di esercitazioni. Invece, è più utile cercare un modo per rendere più rassicurante l’idea della matematica».

Mi sembra un approccio promettente. Gran parte delle nostre previsioni sono realizzate per evitare pericoli o conseguenze svantaggiose. Produciamo costantemente futuro per poter controllare gli eventi e sentirci sicuri nel presente. Il ricercatore apre la strada ad una interpretazione cognitivistica: lavorate sulla credenza inappropriata che la matematica sia minacciosa. Una volta risolto questo bias (giudizio errato) si abbasserà il senso di ansia di fronte al compito di matematica.

Ma non è così semplice la questione: non tutti vanno in crisi di fronte ad un problema di numeri, né “risolvono” il problema con una crisi di panico. Conta l’esperienza personale, cioè la storia della persona e il modo in cui ha costruito nel tempo la propria immagine. Ci sono molti ragazzi ad esempio la cui immagine tende a corrispondere alle aspettative degli altri, per dimostrare diessere all’altezza. Da un punto di vista clinico questa “esagerata” sensibilità verso le valutazioni o le sole aspettative degli altri nelle proprie prestazioni scolastiche può sfociare in un disturbo alimentare, in particolar modo nelle fasi di transizione nel corso della vita.

In queste fasi storiche l’immagine verso l’ambiente sociale conta moltissimo, ad esempio nella adolescenza quando anche il corpo si trasforma, ci sono le prime esperienze sentimentali e le donne hanno le prime mestruazioni. A scuola ci sono quei casi di studenti molto bravi e con un alto livello di prestazioni che improvvisamente scompensano in un attacco di panico. Mi capita di ascoltare professori o mamme sconcertati per queste crisi proprio in ragazzi che in genere non hanno alcun problema verso la matematica e tutte le altre materie.

In questi casi è sempre meglio non farsi confondere dalla sintomatologia ansiosa. In genere i ragazzi sono sempre abbastanza preparati, non sono “costretti ad imparare”, ma temono di non farcela e di deludere le persone significative (i genitori in genere). Per loro, la delusione, le sfumature di angoscia e rabbia sono emozioni difficili da riconoscere perché l’attenzione è rivolta verso l’attesa esterna e il mondo emotivo interno è quasi inaccessibile, anzi è quasi un uno specchio: alla soddisfazione dell’altro corrisponde quella personale, rendendo complicata la decifrazione delle proprie emozioni.

Il guaio sopraggiunge quando l’altro (il genitore, il partner, il datore di lavoro) dà segnali ambigui di soddisfazione, innescando nel ragazzo/a una “compulsione” a superare i limiti, ad essere sempre più all’altezza, a prendere il voto più alto, a dare performance oltre la media, per ‘far piacere’ alla persona che conta di più. Questi ragazzi sono degli specialisti ad osservare le espressioni dell’altro, ad analizzare profondamente le valutazioni, mentre fanno una fatica immensa a riconoscere ed etichettare le proprie emozioni (condizione psicologica chiamata alessitimia). Fino a quando, nei casi patologici come l’anoressia, non resta che puntare sul proprio corpo e farlo sparire paradossalmente per catturare l’attenzione altrui.


TOUR VIRTUALE DELLE REGIONI D’ITALIA

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Le regioni d’Italia


Premesse ed indicazioni di metodo a SCUOLA

In questa sezione vengono considerati soprattutto i problemi relativi alla scuola e quali possono essere gli obiettivi educativi e scolastici coerenti allo sviluppo cognitivo, emotivo, affettivo e sociale dei bambini e dei ragazzi con sindrome di Down. Essi sono considerati in progressione, cioè dall’asilo nido, alla scuola dell’infanzia, alla scuola primaria, a quella secondaria di primo e secondo grado. In particolare sono considerate le seguenti aree: sviluppo comunicativo e sociale, autonomie, gioco, disegno, lettura e scrittura, aritmetica, ulteriori conoscenze e competenze.

Link – http://www.sindrome-down.it/index.php?id=242